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IL RICORDO - Tre anni fa moriva Michele Scarponi

Mercoledì 22 aprile 2020 - Il suo soprannome era L’Aquila di Filottrano: Filottrano era il suo paese, e aquila per le sue notevoli qualità di scalatore, ma per uno dei tanti scherzi del destino ad accompagnarlo nei suoi allenamenti c'era spesso un pappagallo appollaiato su una spalla. Tre anni fa moriva a 37 anni Michele Scarponi, protagonista del ciclismo italiano moderno e con al suo attivo una trentina di vittorie tra cui Giro d'Italia del 2011 dopo la squalifica di Contador e alla Tirreno-Adriatico del 2009. Michele ebbe la sfortuna di incontrare un furgone nei dintorni di casa, in allenamento il 22 aprile 2017, e non sopravvisse allo scontro dettato da distrazione, come poi confessò il guidatore. Solo pochi giorni dopo avrebbe dovuto partecipare ancora una volta al Giro, e stavolta come capitano per il suo team, l'Astana: un tributo non solo alle sue qualità innegabili di corridore ma anche alla sua lunga carriera di instancabile e leale gregario per i suoi capitani, l'ultimo dei quali Vincenzo Nibali, a cui letteralmente consegnò la vittoria al Giro del 2016 dopo quella al Tour de France nel 2014. Memorabile, al Giro del Centenario, la sua attesa dello Squalo per tirarlo ancora, poggiando un piede a terra. E #piedeaterra adesso è l'hashtag con cui la Fondazione Michele Scarponi, voluta dal fratello Marco, conclude tutti i suoi messaggi sulla sicurezza stradale.

In una memorabile tappa sulle Dolomiti, Scarponi era in avanscoperta per il leader Nibali, sfruttando le sue qualità di scalatore. Immediatamente al comando, dopo aver scollinato Colle dell'Agnello e la Cima Coppi, era già vincitore della tappa ma si fermò ad aspettare Nibali, che nel frattempo aveva attaccato Steven Kruijswijk e questo, tentando di inseguirlo in discesa, era finito fuori strada. Vittoria quel giorno e il giorno dopo per lo Squalo, che da allora non mollò la maglia rosa.

«Potevo vincere la tappa, ma Vincenzo può vincere il Giro e tutto il resto davanti a questo non conta», disse allora Michele. Lo stesso Nibali, in una diretta Facebook di qualche giorno fa, ha ripetuto ancora una volta che la mia vittoria è dovuta al 90% a Michele; quando si fermò ad aspettarmi -ha ricordato il messinese- ebbe anche la forza di fare una battuta, 'e tu che ci fai qui?', io scoppiai a ridere in un momento di concentrazione e sforzo elevatissimi». Indole scherzosa, sempre pronto allo scherzo, di lui ci sono rare foto senza un sorriso. «Sono partito gregario, poi mi hanno dato la libertà di provarci, sono diventato capitano -Fabio Aru fuori gioco per un infortunio, ndr-, ora sono tornato gregario. Meglio così, se no sai che palle fare sempre la stessa cosa»: questa era la sua filosofia del correre in bici.

 

 

 

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