Verona - mercoledì 25 marzo 2026 - «Uno spunto di rilessione? Si potrebbero mettere barriere sui guardrail quando gli stacchi sono alti». Al telefono c’è Debora Silvestri, la 27enne ciclista veronese del team spagnolo Laboral che sabato scorso ha visto la prima Milano-Sanremo della carriera finire a 20 chilometri dal traguardo. Sulla discesa della Cipressa, in una curva cieca, la caduta di alcune atlete ha generato una sorta di effetto a catena ed è lì che Silvestri ha perso il controllo finendo nella stradina sottostante il parapetto. Un volo di tre metri che l’è costato cinque costole rotte e una micro-frattura alla scapola, per uno spavento che il ciclismo veneto non registrava dall’incidente della trentina Alice Toniolli al Circuito dell’Assunta, a Vittorio Veneto, nell’estate 2024. Silvestri, come sta? «Sto migliorando. Rimarrò qui all’ospedale di Sanremo qualche giorno in più perché vogliono aspettare che si assorba una contusione al polmone. L’obiettivo è tornare in bici il prima possibile». Com’è stata la dinamica dell’incidente? «L’ostacolo delle altre atlete, quelle finite a terra poco prima di me, si è presentato all’improvviso su una curva cieca: non potevo evitarlo. Avevo un’altra ragazza di fianco e presumo di aver frenato più che potevo per non andare addosso alle altre, ma è solo un’ipotesi perché non ricordo la caduta né il momento dell’impatto al suolo. Ho visto soltanto il video». È un incidente che può dare spunti per eventuali correttivi? «A riguardare i tre metri di caduta si potrebbe pensare a barriere per i guardrail dove ci sono stacchi alti. Forse pure a una moto-staffetta per segnalare gli incidenti, anche se nel mio caso non ci sarebbe stato il tempo: è vero che le atlete cadute ce le siamo trovate davanti ma tra la loro caduta e la mia sono passati pochi secondi». Lei aveva già avuto un incidente nel 2022 sul Passo del Gavia quando durante un allenamento una moto la fece cadere, finendo per mandarla all’ospedale, e anche all’epoca dimostrò grande forza di reazione. «Sono i rischi del mestiere. E reagire fa parte del mio carattere. Appena posso tornerò a correre, ovviamente con i giusti tempi di recupero». L’Associazione dei corridori ciclisti professionisti italiani (Accpi) ha appena diffuso un decalogo di buone pratiche per la sicurezza di chi pedala e chiedendo in primis «il rispetto per la vita dei ciclisti in quanto utenti deboli della strada». Qual è la sua posizione sul tema? «In Italia siamo molto indietro. Io da anni mi alleno spesso in Spagna e là il rispetto è veramente sentito: un automobilista prima di superarti si accerta di poterlo fare, e piuttosto di correre un rischio ti sta dietro anche un km in più, senza diventare matto. Ovviamente vogliono rispetto anche dall’altra parte: noi ciclisti dobbiamo attenerci a codici, semafori, stop e precedenze». Secondo Francesco Moser l’unico modo per alimentare la leva ciclistica è creare «circuiti per allenarsi in sicurezza» aggiungendo che «i bambini vanno messi in bici presto ma se devono andare in zona industriale la sera perché solo lì non ci sono macchine, allora le mamme preferiranno sempre mandarli in palestra». Cosa ne pensa? «Avere un luogo adeguato per iniziare è sicuramente positivo. Vengo da Castel d’Azzano e anch’io da giovanissima mi allenavo in una specie di zona industrialedove passavano poche macchine. Oggi la squadra dove sono cresciuta, l’Azzanese, ha ottenuto dal Comune una pista all’interno di un parco. La sensazione è diversa: c’è l’erba, ci sono gli alberi e gli altri bambini. È un passo avanti che cambia la percezione». Vuole dire qualcosa a chi la segue? «Grazie per la marea di messaggi che mi sono stati inviati dopo l’incidente: è un sostegno molto prezioso». (matteo sorio - corriere del veneto)
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